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sabato 16 aprile 2011

Le mani straniere sul cacao ivoriano

I giganti dell’industria agroalimentare mondiale sfruttano i coltivatori della Costa d’Avorio. Creando povertà e tensioni etniche.

Dopo aver rischiato che il paese scivolasse verso la guerra civile, ventuno milioni e mezzo di ivoriani stanno affrontando una grave crisi umanitaria, una catastrofe parzialmente oscurata dalle rivolte scoppiate nel mondo arabo. Centinaia di persone sono rimaste uccise nei combattimenti tra i sostenitori di Laurent Gbagbo e quelli di Alassane Ouattara, mentre i profughi sono più di un milione. L’arrivo al potere di Ouattara, il presidente legittimo, non metterà fine alle tensioni perché, da un certo punto di vista, la crisi in Costa d’Avorio è un caso emblematico dei profondi problemi strutturali di molti stati africani.

Per capire le ragioni alla base degli scontri delle ultime settimane bisogna andare nelle regioni dove vivono i coltivatori di cacao ivoriani, che sono più di un milione. In queste zone regna un ordine economico ingiusto, stabilito all’estero, in base al quale i coltivatori sono pagati una miseria e i paesi rimangono nella morsa della disoccupazione, della povertà e delle lotte interne per il controllo delle scarse risorse a disposizione.

I giganti dell’industria agroalimentare statunitense Cargill e Archer Daniels Midland (Adm) fanno parte del problema, anche se i loro nomi non compaiono nelle notizie che parlano di uccisioni di massa e di fosse comuni.

Con il suo clima umido e la fitta foresta pluviale, la regione di Aboisso, nell’est della Costa d’Avorio, potrebbe sembrare un luogo ai margini della modernità. In realtà il paese è il primo produttore mondiale di fave di cacao. Alcuni colossi dell’industria agroalimentare basano gran parte della loro produzione sul cacao, e probabilmente qualsiasi barretta di cioccolato venduta negli Stati Uniti è fatta con cacao d’origine ivoriana.

La foresta intorno ad Aboisso è una distesa di piantagioni miste, ricavate a colpi d’ascia dai piccoli coltivatori che hanno atteso pazientemente – sopravvivendo grazie ad altre coltivazioni di sussistenza come le banane e la manioca – i tre anni necessari affinché gli alberi del cacao dessero i primi frutti.

In questo momento i prezzi mondiali del cacao sono molto alti, circa 1.800 franchi cfa (2,75 euro) al chilo. Ma, anche nel migliore dei casi, i coltivatori ivoriani ne ricevono appena la metà. I principali compratori sono Cargill, Adm e una grossa azienda svizzera, la Barry Callebaut.

Nell’autunno del 2010, alla fine dell’ultima stagione del raccolto, i piccoli coltivatori hanno venduto le loro fave agli agenti ivoriani di queste multinazionali, che percorrevano il sud del paese offrendo somme molto inferiori ai prezzi sui mercati internazionali. Poi il governo di Laurent Gba­gbo si è preso un’altra grossa fetta dei loro guadagni sotto forma di tasse “ufficiali”. Per di più, i contadini devono pagare molte bustarelle ai poliziotti fermi ai posti di blocco piazzati sull’autostrada che conduce ad Abidjan, dove c’è uno dei principali porti di esportazione del cacao.

Senza garanzie
I coltivatori ivoriani sono uomini e donne intraprendenti che affrontano molti rischi. Non somigliano affatto alle popolazioni rurali, timorose e sottomesse, che lavorano nei latifondi dell’America Centrale o del Pakistan. Anche se molti di loro non hanno mai mangiato una barretta di cioccolato, sanno bene quali sono i prezzi in America e in Europa, e si arrabbiano perché sono pagati troppo poco per il loro duro lavoro.

Visito una cooperativa di coltivatori per saperne di più su questo meccanismo perverso. L’ufficio si trova vicino a un magazzino che emana l’odore dolciastro delle fave di cacao dell’ultimo raccolto. Durante il nostro colloquio, Henri, uno dei membri del comitato dirigente della cooperativa, un cinquantenne dall’aria seria e paziente, si avvicina a un grande armadio di metallo, fruga tra i raccoglitori e tira fuori la fotocopia di una ricevuta della Cargill West Africa. Datata 13 luglio 2010, la ricevuta mostra come, dopo una delle ultime spedizioni della cooperativa, l’azienda ha escluso dal pagamento 972 chili di fave a causa di un presunto deterioramento dovuto all’“umidità”.

Antoine, un uomo più basso e dallo sguardo intenso, spiega che la Cargill e le altre grandi aziende si arrogano il diritto esclusivo di stabilire la qualità del prodotto, senza garanzie per i coltivatori. “È come se una delle squadre impegnate in una partita di calcio pagasse l’arbitro”, dice Antoine.

Chiedo ai membri del comitato di elencarmi altri problemi. Innanzitutto, vorrebbero prezzi migliori e meno soggetti ad ampie fluttuazioni. Come altri produttori di materie prime dei paesi in via di sviluppo, anche i coltivatori ivoriani devono fare i conti con gli alti e bassi del mercato che vanificano qualsiasi tentativo di pianificazione. Negli anni più difficili, quando i prezzi internazionali crollano per fattori al di fuori del loro controllo, capita di lavorare un’intera stagione senza guadagnare nulla.

I coltivatori chiedono anche di poter accedere a finanziamenti a tassi d’interesse ragionevoli, ma a quanto pare non esiste una banca dell’agricoltura. Inoltre, hanno bisogno di assistenza tecnica. Quando gli spiego che il governo statunitense paga degli esperti di agricoltura estensiva per dare consulenza ai coltivatori, Antoine va su tutte le furie e comincia a camminare su e giù per la stanza: “Qui siamo noi a doverli pagare perché visitino i nostri campi”.

Solo una minima parte
I membri della cooperativa vorrebbero che la Cargill, la Adm e gli altri grossi compratori trattassero direttamente con loro e con le altre quaranta cooperative della zona. Robert, un uomo con l’aria da filosofo e un sorriso che lascia intravedere un ampio spazio tra gli incisivi, spiega: “Le grandi aziende vogliono tenerci divisi. Mandano i loro agenti nella boscaglia con il compito di comprare dai singoli coltivatori in modo da tenere i prezzi bassi. Magari un piccolo coltivatore è disperato, deve pagare la retta scolastica dei figli o le medicine. Quindi accetterà il primo prezzo che la Cargill gli proporrà”.

Il villaggio dove opera la cooperativa ha un migliaio di abitanti, che vivono in case rudimentali di fango o di bambù, senza uno studio medico né una farmacia. Hanno una scuola, ma l’hanno dovuta costruire con le loro mani. Eppure queste persone lavorano per un’industria che dagli inizi del novecento è cresciuta fino a diventare un business multimiliardario.

Non esistono ospedali o scuole finanziate dalla Cargill né centri sportivi targati Adm. I coltivatori mi raccontano che la società svizzera Barry Callebaut ha fatto dei piccoli investimenti locali. “Ma in realtà ha speso solo una minima parte dei soldi che ci ha già spremuto”, commenta Antoine.

Cargill e Adm sono degli autentici colossi: milioni di ivoriani le conoscono, ma probabilmente pochi statunitensi possono dire altrettanto. I nomi di grandi multinazionali come Microsoft e Apple appaiono regolarmente sulla stampa occidentale, ma l’influenza esercitata dalle grandi società agroalimentari sull’economia globale è probabilmente maggiore. I siti web della Cargill e della Adm si vantano delle loro dimensioni e dei loro livelli di diversificazione. Lo scorso anno la Cargill era presente in sessantasei paesi, con entrate per 107,9 miliardi di dollari e profitti per 2,9 miliardi.

Le difficoltà ormai croniche nell’industria del cacao hanno contribuito ad alimentare l’ondata di violenze in Costa d’Avorio. Innanzitutto, la povertà e la crisi economica portano inevitabilmente alla guerra. In secondo luogo, le tensioni etniche nate all’interno della filiera produttiva del cacao hanno fornito a politici senza scrupoli la scusa per sfruttare ulteriormente la situazione pur di ricavarci un guadagno personale.

La rabbia dei poveri
Negli ultimi decenni la Costa d’Avorio ha seguito tutte le raccomandazioni degli economisti occidentali, ma è rimasta povera. Il paese si è concentrato sulla coltivazione e sull’esportazione di prodotti come il cacao e il caffè, invece di puntare sull’industrializzazione. I prezzi globali di questi prodotti, tradizionalmente bassi, hanno mantenuto il paese nella povertà. Con prezzi più alti – un po’ più vicini a quello che guadagnano i coltivatori negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale – i contadini ivoriani avrebbero potuto cominciare a consumare di più, dando impulso all’industria locale, riducendo la disoccupazione e migliorando il loro livello di vita.

Nel frattempo il sistema scolastico della Costa d’Avorio ha continuato a sfornare laureati che non riescono a trovare lavoro a causa di un’economia stagnante. Richard Achi, 35 anni, è un assistente sociale. “Ogni anno”, spiega, “quarantamila giovani partecipano ai concorsi nell’amministrazione pubblica dove, se tutto va bene, sono disponibili trecento posti. Gli altri devono arrangiarsi come meglio possono. Molti sopravvivono con piccole attività di commercio ambulante. Altri accumulano un’enorme frustrazione”.

Malgrado la povertà e i sogni infranti, la maggioranza degli ivoriani rifiuta la violenza. Gli ivoriani hanno opinioni precise e contrastanti su chi abbia vinto le presidenziali ma solo una piccola minoranza di loro, giovani disincantati, sottopagati e senza speranze, è pronta a uccidere. “In alcuni casi”, prosegue Achi, “i leader politici hanno promesso a questi giovani un posto nell’amministrazione pubblica in cambio della loro adesione alle milizie armate”.

Le tensioni etniche, in gran parte connesse alla storia dell’industria del cacao, alimentano le violenze. Quando, alcuni decenni fa, le piantagioni di cacao hanno cominciato ad ampliarsi, nelle regioni pluviali del sud la manodopera scarseggiava. L’allora presidente Félix Houphouët-Boigny incoraggiò l’immigrazione dal nord al sud e quella di persone provenienti dai pae­si confinanti. Le diverse etnie hanno vissuto a lungo in pace e la regione è diventata un mosaico di popolazioni. Nell’estremo sudest ho incontrato molti coltivatori originari del Burkina Faso o del Mali, e in tutta l’area si vedono chiese cristiane costruite vicino alle moschee.

Quando alla fine degli anni ottanta è scoppiata la crisi economica, alcuni politici disonesti hanno intravisto delle opportunità. Non avevano la volontà – né la possibilità – di affrontare il sistema internazionale di sfruttamento all’origine del problema, così hanno cominciato a mobilitare i loro sostenitori su base etnica indicando gli altri come capri espiatori. Gli ivoriani riescono a stabilire l’origine di una persona dall’aspetto fisico, dall’abbigliamento e dal nome, e questo ha determinato un aumento delle tensioni nelle periferie di Abidjan e nelle zone rurali abitate da persone di provenienza diversa.

Poco prima dell’ultima ondata di violenze, le tensioni etniche trasparivano perfino dalle edicole. In Costa d’Avorio ci sono una decina di quotidiani, tutti schierati da una parte o dall’altra, che diffondono senza pudore notizie tendenziose e riportano informazioni diffamatorie, spesso con implicazioni di carattere etnico. Le edicole esponevano questi giornali l’uno accanto all’altro. Ogni mattina, appena i quotidiani arrivavano dalla capitale, decine di passanti si avvicinavano per leggere le notizie. Se ne stavano in piedi, in file ordinate, senza mostrare emozioni. “Le persone preferiscono non far sapere da che parte stanno”, spiega Achi. “Bisogna stare attenti, nel caso la violenza esploda sul serio. La maggior parte degli ivoriani non può permettersi di comprare un giornale. Ma chi può, lo fa di nascosto, per non rivelare le sue posizioni”.

L’organizzazione regionale di riferimento (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, Ecowas), l’Unione africana, le Nazioni Unite e le potenze occidentali hanno esercitato pressioni economiche sul governo di Gbagbo, indebolendo lentamente ma inesorabilmente il potere del suo clan nel paese. Tra le misure adottate c’era l’embargo sulle esportazioni di cacao, annunciato alla metà di gennaio dal presidente eletto Alassane Ouattara, che puntava a privare il regime della principale fonte di guadagno.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Global Witness, che nel 2007 ha pubblicato il rapporto Hot chocolate, negli ultimi dieci anni il cacao ha contribuito a far precipitare la situazione in Costa d’Avorio. Non solo dal punto di vista del governo di Gbagbo, che ha imposto pesanti tasse sulle esportazioni, ma anche dal punto di vista di Ouattara, sostenuto nel nord del paese da forze ribelli che hanno comprato le armi con i proventi del cacao.

Alleanze pericolose
Laurent Gbagbo, che ha rifiutato di riconoscere l’esito delle elezioni certificate dalle Nazioni Unite, ha sicuramente commesso dei crimini in Costa d’Avorio. Il suo esercito ha usato l’artiglieria pesante contro i civili. Si è alleato con una milizia giovanile guidata da Charles Blé Goudé, che anche prima della battaglia per il controllo di Abidjan fermava le persone ai posti di blocco, uccidendo in base alle origini etniche e gettando i cadaveri nelle fosse comuni. Gbagbo e il suo clan sono inoltre sospettati di essersi arricchiti in modo illegale.

Tuttavia l’insediamento del presidente eletto non metterà fine alla crisi ivoriana. Tra i sostenitori di Ouattara ci sono giovani ribelli quasi sicuramente responsabili di massacri e crimini identici a quelli commessi dagli uomini di Gbagbo. Se non cambierà l’iniquo sistema economico internazionale, quella che seguirà sarà una calma apparente, una pace instabile, sfigurata dalla povertà, dallo sfruttamento e da tensioni continue. Finché continueremo a tollerare queste ingiustizie economiche, non ci sarà pace in Costa d’Avorio.

(articolo di J. North per The Nation, ripreso da Internazionale)

Nel frattempo Gbabo è stato arrestato da militari francesi e Ouattara ha promesso che indagherà anche sui crimini commessi dai suoi sostenitori. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, un milione di persone nella sola Abidjan sono fuggite dai combattimenti. Più di centomila persone hanno attraversato il confine con la Liberia, a ovest del paese. Più di mille persone sono morte.

Il commercio equo costruisce un mondo più giusto e con meno conflitti.

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